Tre motivi per cui l’immigrazione di massa danneggia l’economia

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L’immigrazione è positiva per l’economia? No, non sempre. Gli economisti liberisti sostengono incessantemente che l’immigrazione sia necessaria per la crescita dell’economia. Sostengono difatti che senza l’immigrazione l’America diventerà una nazione da terzo mondo nell’arco di pochi anni – e no, non è un’iperbole. Per esempio Mark Zandi, economista di Moody’s Analytics, dice che “limitare l’immigrazione negli Stati Uniti è un grave errore” e che “l’unico modo per sostenere la crescita economica degli USA è aumentare l’immigrazione”.

La teoria che l’immigrazione sia benefica per l’economia è vecchia, e sbagliata. Ecco tre ragioni che spiegano come l’immigrazione non sia necessaria per la crescita economica:

1) LA TECNOLOGIA, NON L’IMMIGRAZIONE, FA CRESCERE L’ECONOMIA

Questo articolo potrebbe fermarsi al primo punto, perché dice tutto: l’immigrazione non fa crescere l’economia, bensì la tecnologia. Punto. Ecco perché: La crescita economica accade se, e solo se, si producono più beni o si producono beni migliori. Per esempio, l’economia americana cresce se produce più automobili, o (a parità di fattori) produce automobili più efficienti. Questa logica si applica a qualunque tipo di produzione, sia di beni che si servizi.

La prossima domanda è: come si producono più beni? Ci sono due modi. Il primo è aumentare il lavoro. Vuoi più grano? Coltiva più campi. Vuoi produrre più ricerca? Fai più straordinari. In entrambi i casi la variabile comune è di aggiungere più lavoro.

Questo è conosciuto come il “paradigma arcaico della crescita”, e si riassume così: più dai, più ottieni. Il paradigma arcaico della crescita è vecchio quanto la civiltà. Per esempio: quando gli imperatori romani avevano bisogno di più spade per il proprio esercito, l’unica soluzione era quella di aumentare i lavoratori – addestrare più fabbri. Ovviamente così facendo toglievano manodopera ad altri settori, e ciò causava una catena di scarsità di lavoratori. Per interrompere questo circolo, i romani iniziarono a muovere guerre per ottenere schiavi e tributi, aggiungendo dunque alla propria economia il lavoro degli stranieri (non cittadini). Paesi come l’Egitto furono costretti a esportare grano e vino a Roma in modo che i romani potessero concentrarsi sulla guerra, sull’arte e l’architettura. Ciò rendeva i romani ricchi, a spese dei loro nemici.

Il problema del paradigma arcaico della crescita è che non ha soluzione: Roma diventava più ricca solo se l’Egitto diventava più povero. Un modo migliore per fare crescere l’economia è, invece, aumentare la produttività: produrre più beni nella stessa quantità di tempo. Questo si chiama “paradigma della crescita industriale”, ed è così che i paesi si sono veramente arricchiti.

Perché? Perché il paradigma della produzione industriale rompe il collegamento tra popolazione e produzione, permettendo all’economia di crescere esponenzialmente. Il migliore esempio si ritrova nell’alba della Rivoluzione Industriale. Nel 1785 Edmund Cartwright inventò il telaio automatico, il quale permise ai lavoratori del tessile di aumentare la produttività di quaranta volte. Nel 1820, dopo che i telai automatici furono adottati in tutti i complessi tessili dell’Inghilterra, il paese produceva più vestiti di tutto gli altri paesi europei messi insieme.

Non solo quest’invenzione aumentò il reddito pro-capite degli inglesi, ma cambiò completamente il modo di intendere l’economia: il paradigma spostava l’attore principale dalla quantità della popolazione alla qualità della produzione. Questo sistema funziona tutt’oggi.

E l’immigrazione? L’immigrazione, nella maggior parte dei casi, ricade nel modello arcaico: più immigrati significa più persone, dunque più produzione. Dunque l’immigrazione aiuta la crescita economica, ma non la rende necessariamente più produttiva. L’immigrazione è teoricamente neutra rispetto al paradigma della crescita industriale: non rende gli americani né più ricchi né più poveri.

L’immigrazione rende più ricco il paese, non i cittadini. Ma cercare la crescita economica fine a se stessa è un bene? No. La dimensione dell’economia non ha importanza: ciò che importa è quanto ogni persona riesce ad accedere alla ricchezza. Pensatela così: preferireste vivere in Danimarca o in India? La Danimarca ha un’economia piuttosto piccola, ma il danese medio è relativamente ricco. Per inverso, l’India ha un’economia enorme, ma l’indiano medio è relativamente povero. La risposta è ovvia, preferireste vivere in Danimarca. Il punto è: non importa quanto è grande la torta, ma quanto è grande la tua fetta.

Questa osservazione rientra perfettamente nel dibattito sull’immigrazione: l’immigrazione si giustifica economicamente solo se rende ogni cittadino più ricco, non se rende più ricco il paese – volere l’immigrazione fine a sé stessa, come la crescita economica fine a se stessa, è un’assurdità. È irrazionale. L’immigrazione è una scelta politica, è un mezzo per raggiungere un fine, non un fine in sé.

La popolazione e la crescita economica non sono variabili dipendenti, dunque gli americani devono mostrarsi scettici di chi giustifica l’immigrazione su base economica. Questo punto si spiega bene osservando il grafico qui riportato, che paragona il PIL pro-capite degli USA (immigrazione alta) con quello del Giappone (immigrazione quasi zero). Se l’immigrazione incidesse sulla crescita economica, ci si aspetterebbe di vedere l’America crescere molto più del Giappone, ma non è chiaramente il caso – e parliamo del Giappone industriale del dopoguerra, oltretutto.

C’è un altro avvertimento da fare: una proporzione relativamente piccola di immigrati in America può contribuire a sviluppare nuove tecnologie (scienziati, ingegneri, etc.) e dunque migliorare la produttività – rendere l’America più ricca. Questa cosa è ovvia per chiunque conosca il principio di Pareto. Ma anche importare troppi lavoratori qualificati può essere dannoso: per esempio, le scuole di medicina americane sono in crisi a causa dell’accesso troppo facile per gli scienziati stranieri.

Per concludere: l’immigrazione di massa fa crescere l’economia dell’America, ma non rende necessariamente i cittadini più ricchi. L’immigrazione non causa direttamente la crescita economica. Gli economisti liberisti hanno basato il loro modello su un falso principio.

2) L’EVIDENZA EMPIRICA MOSTRA CHE L’IMMIGRAZIONE PUÒ DANNEGGIARE L’ECONOMIA

Basta teorie: cosa dicono i numeri? Che l’immigrazione in certi casi può essere dannosa per l’economia. Ci sono diversi studi che mostrano l’impatto dell’immigrazione sulla crescita economica. In America, uno degli studi più importanti (642 pagine) condotto dalla National Academies of Sciences Engineering and Medicine, mostra che l’immigrazione ha avuto un impatto negativo sugli stipendi e sulle prospettive di assunzione dei cittadini statunitensi, in particolar modo sulla classe lavoratrice americana. Ciò non sorprende, poiché più lavoratori significa più competizione per l’assunzione, e dunque prezzi -stipendi- più bassi. È il semplice principio della domanda e offerta.

Nonostante ciò, questo studio conclude che l’immigrazione sia benefica per l’economia perché gli immigrati di seconda generazione tendono a ottenere migliori risultati dei loro genitori. Ma è una conclusione del tutto giusta? Probabilmente no.

Oggi l’America prepara lo stesso numero di medici dei tardi anni ’70, e lo fa senza tenere in considerazione i livelli di immigrazione. Tuttavia, durante questo periodo il numero di immigrati di seconda generazione iscritti alle scuole di medicina è cresciuto di molto. Dunque, ci si chiede se questi immigrati di seconda generazione stiano facendo crescere l’economia, o semplicemente sostituendo gli studenti americani – e lo dico da immigrato di seconda generazione io stesso.

Studi condotti in altri paesi sono molto più chiari. Uno studio condotto dal Ministero delle Finanze della Danimarca ha scoperto che gli immigrati, in particolare quelli provenienti fuori dall’Europa, erano un danno per l’economia. Infatti, gli immigrati non europei e i loro discendenti consumano il 59% del surplus fiscale raccolto dai danesi nativi. Questo non sorprende, visto che in Danimarca l’84% dei beneficiari del welfare sono immigrati di prima e seconda generazione.

Un altro studio condotto dal Fraser Institute ha svelato che l’immigrazione costa ai contribuenti canadesi circa 24 miliardi di dollari l’anno – e questo si basa su dati di quasi dieci anni fa. I numeri da allora sono cresciuti sensibilmente, in quanto il Canada ha uno dei tassi di immigrazione più alti tra tutti i paesi occidentali.

L’ultimo studio che vale la pena esaminare viene dall’Inghilterra, ed è stato condotto dalla University College of London. Nel rapporto si evidenzia come il valore dell’immigrazione sia legato alla provenienza degli immigrati. Non sarà politicamente corretto – nessun dato lo è – ma si conforma a quanto scoperto dallo studio danese.

Lo studio ha preso in considerazione l’immigrazione tra il 1995 e il 2011. E’ emerso che gli immigrati provenienti dall’Area Economica Europea abbiano contribuito in modo positivo all’economia britannica per circa 4.4 miliardi di sterline; ma nello stesso periodo di tempo gli immigrati non europei (principalmente dal sud dell’Asia, dal Medio Oriente e dall’Africa) sono costati 120 miliardi di sterline. In poche parole, l’impatto dipende dal tipo di immigrati.

Presi insieme, gli studi provano la teoria: l’immigrazione non causa la crescita economica. Nel migliore dei casi, è una forza relativamente benigna; nel peggiore, è incredibilmente dispendiosa.

3) L’IMMIGRAZIONE DI MASSA IMPOVERISCE I CITTADINI E INFLUISCE SUL MERCATO DEL LAVORO

Il punto finale si basa su un principio cardine dell’economia: la domanda e l’offerta. È così che il libero mercato determina i prezzi. Se l’offerta cresce – per esempio, ci sono più caramelle -, i prezzi calano -le caramelle costano meno. Se l’offerta cala, i prezzi salgono. Lo stesso principio si applica alla domanda.

Il mercato del lavoro, e gli stipendi, funzionano nello stesso modo. Fai crescere la domanda (popolazione) e i prezzi (stipendi) calano. Semplice.

Ovviamente, ci sono delle considerazioni da fare. Per esempio, se l’economia americana crescesse così rapidamente da causare una mancanza di manodopera, allora l’immigrazione contribuisce a far crescere l’economia. Allo stesso modo, l’immigrazione di persone con le capacità necessarie a far crescere l’economia nel lungo periodo è generalmente benefica: inventori e scienziati raramente sono un cattivo investimento.

Ma sta succedendo questo? No. Il livello di disoccupazione negli USA è alto, non c’è scarsità di manodopera. In questo momento, gli immigrati competono con gli americani per il lavoro, il che è una delle ragioni per cui gli stipendi sono stazionari – di fatto, sono rimasti stagnanti per tutto il periodo di alta immigrazione. Non è una coincidenza. L’America ha perso 8,7 milioni di posti di lavoro nel periodo tra il 2008 e il 2010, e nello stesso periodo ha accettato tre milioni di nuovi immigrati. Pensate che la cosa abbia aiutato o danneggiato i lavoratori americani?

Cosa pensate che succeda quando l’economia perde posti di lavoro, ma arrivano più persone? Il tasso di disoccupazione aumenta.

L’immigrazione non è sempre positiva per l’economia. Non è una panacea: è è una forza che in alcuni casi è benefica, e in altri no. Il trucco è calibrare le nostre politiche di immigrazione adeguatamente al mercato del lavoro, in modo che le due cose siano equilibrate. In questo momento, l’America ha bisogno di meno immigrati.

(da National Economics Editorial – Traduzione di Federico Bezzi) – Oltre la Linea

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